Forza Marcegaglia
La voce flebile degli industriali fra attese vane e mugugni interni
Si chiama “Italia 2015”, ma non è un esercizio di futurologia; piuttosto, una piattaforma di analisi e proposte per agganciare la ripresa. La Confindustria la presenterà “fra breve”, dicono in viale dell’Astronomia, al governo e a tutte le parti sociali. Vuol segnare un cambio di passo di qui all’assemblea di maggio con la quale si apre il secondo biennio di Emma Marcegaglia; la risposta a una recessione che presenta adesso il volto più crudo dal punto di vista umano. Quattordici piccoli imprenditori si sono tolti la vita tra Padova e Pordenone. Uno choc che Andrea Tomat, presidente della Confindustria del Veneto, non nasconde: “Non siamo riusciti a evitarlo".
9 AGO 20

Si chiama “Italia 2015”, ma non è un esercizio di futurologia; piuttosto, una piattaforma di analisi e proposte per agganciare la ripresa. La Confindustria la presenterà “fra breve”, dicono in viale dell’Astronomia, al governo e a tutte le parti sociali. Vuol segnare un cambio di passo di qui all’assemblea di maggio con la quale si apre il secondo biennio di Emma Marcegaglia; la risposta a una recessione che presenta adesso il volto più crudo dal punto di vista umano. Quattordici piccoli imprenditori si sono tolti la vita tra Padova e Pordenone. Uno choc che Andrea Tomat, presidente della Confindustria del Veneto, non nasconde: “Non siamo riusciti a evitarlo – si rammarica – Dobbiamo impegnarci di più, come associazione, con tutte le istanze pubbliche e private, per alzare il livello di attenzione e sensibilità, serve trovare soluzioni, risposte a difficoltà reali”. Risposte che, oggi come oggi, non ci sono. Marcegaglia, eletta con maggioranza bulgara, tra speranze di rinnovamento, anche generazionale, s’è trovata ad affrontare una situazione che avrebbe fatto tremare i polsini persino all’Avvocato, presidente nel 1975, quando la prima crisi petrolifera mise fine all’epoca aurea dello sviluppo.
Il 2009 è stato l’anno della rovinosa caduta produttiva e la Confindustria ha condiviso l’approccio del governo: prima gli ammortizzatori sociali, poi il credito, il controllo della spesa pubblica e gli incentivi. Adesso comincia una nuova fase che richiede altre ricette. In molti, dalle associazioni di categoria e territoriali, lo chiedono. Le difficoltà portano alla luce contraddizioni implicite in un’organizzazione che tiene insieme grandi e piccoli, pubblici e privati, nord e sud, imprese produttive e di servizi. Il caso degli incentivi è emblematico. Alla fine, la Fiat ha preferito rinunciare, ma già un anno fa si era aperto un contrasto sul sostegno all’auto così acuto da suscitare sorpresa persino nel ministro Claudio Scajola. Un’ombra era calata tra Emma e Luca Cordero di Montezemolo (Marchionne dalla Confindustria è sempre rimasto lontano). Adesso la partita si chiude con 300 milioni di euro a tessili, elettrodomestici e altri settori. Dal bilancio pubblico non si può spremere molto, tuttavia si tratta di pannicelli caldi.
Un’altra contraddizione è aperta con la galassia energetica (Eni, Enel, Edison, Sorgenia) accusata di tenere troppo alti i prezzi. La Marcegaglia ha ascoltato il grido di dolore delle imprese di trasformazione. Toccando così nervi scoperti e irritando sensibilità forse per i toni ritenuti a volte eccessivi come quelli del suo vice Antonio Costato, che ha la delega all’energia. Come sempre quando c’è di mezzo la sostanza, si solleva una questione di forma, si ribatte da ambienti del vertice.
I vicepresidenti che esprimono quel “quarto capitalismo” del quale la stessa Marcegaglia fa parte, a cominciare da Alberto Bombassei, Gianfelice Rocca, Paolo Zegna o Diana Bracco, si dedicano alle aziende che in questo momento hanno più che mai bisogno di loro. Dalle province e dalle regioni non emergono figure di profilo nazionale, eccetto il caso di Aurelio Regina a Roma, che possano dare una mano alla presidente. Negli ultimi mesi si è percepito un affanno nei rapporti interni all’organizzazione e non solo in periferia. L’Espresso è giunto a scrivere che il direttore generale Giampaolo Galli vorrebbe andarsene. Così come non hanno scaldato più di tanto gli animi le iniziative per il centenario della confederazione, che si trova peraltro in competizione con l’associazione Assonime che riunisce le maggiori spa presieduta da Luigi Abete.
I vicepresidenti che esprimono quel “quarto capitalismo” del quale la stessa Marcegaglia fa parte, a cominciare da Alberto Bombassei, Gianfelice Rocca, Paolo Zegna o Diana Bracco, si dedicano alle aziende che in questo momento hanno più che mai bisogno di loro. Dalle province e dalle regioni non emergono figure di profilo nazionale, eccetto il caso di Aurelio Regina a Roma, che possano dare una mano alla presidente. Negli ultimi mesi si è percepito un affanno nei rapporti interni all’organizzazione e non solo in periferia. L’Espresso è giunto a scrivere che il direttore generale Giampaolo Galli vorrebbe andarsene. Così come non hanno scaldato più di tanto gli animi le iniziative per il centenario della confederazione, che si trova peraltro in competizione con l’associazione Assonime che riunisce le maggiori spa presieduta da Luigi Abete.
Troppo spesso la cautela e il senso di responsabilità nell’affrontare la crisi sono stati interpretati come timidezza, replica l’Assolombarda che in Confindustria ha il pacchetto di maggioranza. “Dovevamo forse alzare più la voce? Credo che occorre sostenere le proprie posizioni con fermezza, ma il paese ha bisogno di abbassare i toni”, dice il direttore generale Antonio Colombo. Le idee in campo, dalle infrastrutture al fisco, sono state sostenute con tenacia, aggiunge. Forse adesso occorre un progetto più brillante di politica industriale. La piattaforma di “Italia 2015” vuol diventare l’occasione per un rilancio, non soltanto d’immagine. Verrà detto non solo quel che le imprese vogliono, ma quel che esse stesse possono e debbono fare. Un accento kennediano per una “nuova frontiera” confindustriale. Della quale, in fondo, anche i sindacati e il governo sentono il bisogno.